MERCOLEDI' 28 SETTEMBRE @Bartleby
ore 21 "La città e il desiderio: assemblea pubblica"
A fine mese scadrà la convenzione che ha assegnato gli spazi di via San Petronio Vecchio 30/a al progetto Bartleby. Il slienzio delle istituzioni non è una garanzia per la sua continuità. Ancora una volta la produzione politica e culturale della città di Bologna è mortificata, disconosciuta. Mercoledì 28 a partire dalle 21 ci piacerebbe discutere del ruolo che i luoghi e le esperienze di innovazione culturale e politica possono ricoprire nella città e delle politiche di governance urbana. Invitiamo tutte le realtà cittadine, i soggetti e gli spazi sociali a partecipare. La difesa di Bartleby passa anche da qui.
A seguire alive lab dj set - electro minimal
Alivelab è un collettivo di musica elettronica e arti visive, con sede a Bologna. Ci interessiamo di tutto ciò che riguarda la pianificazione, il marketing e la direzione artistica di eventi, come anche di workshop sulle tecnologie che coinvolgono l’arte contemporanea. Come individui, siamo produttori, videoartisti, djs e vjs. Tra le diverse collaborazioni le più importanti sono state la co-produzione di Homework Festival 9 e la partecipazione al progetto Playhouse.
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Di seguito la traccia dell'incontro
La città e il desiderio
D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda
Nel Rettorato dell'Alma Mater Studiorum, subito dopo lo sgombero scegliemmo di leggere la pagina finale di un libro perché ritenevamo parlasse di noi. Ora abbiamo tre anni in più, sulle spalle autunni di lotte e primavere mediterranee.
Il libro era “Le città invisibili” di Calvino, il desiderio immutato, quello di rendere visibile la nostra idea di città, strappandola a una cortina di nebbia.
Allo stesso modo volevamo rendere visibili i tradimenti.
Non è una città per donne: Bologna ci ha tradite, sulla pelle nostra di giovani donne abbiamo sperimentato cosa significa una strada deserta, di notte. Le retoriche securitarie evidentemente non contemplano la nostra libertà di movimento, d'altra parte prevedono la militarizzazione del territorio.
La notte inaccessibile,
popolata dai fantasmi della marginalità.
È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.
Svuotata dalla forza sociale e dinamica della vita notturna, la città non è più sicura, è semplicemente vuota. Il palliativo del controllo poliziesco delle strade e delle piazze, oltre ad insinuare insicurezza come approccio agli spazi comuni, disperde le persone in piccoli nuclei chiusi, sordi a quanto accade fuori.
Ecco, noi abbiamo detto: quelle strade ce le riprenderemo.
L'occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose.
Una città voluta dai meccanismi di controllo è inclusiva solo per il capitale, non per le persone.
L'inclusione reale è altrove: oltre gli stendardi dell'urbanistica partecipata, che, come potrebbe essere stimolo per l'autorganizzazione dello spazio comune, è anche una sigla che cela un ulteriore motivo di sfruttamento economico ed emarginazione. Gli spazi di socialità non possono essere costruiti negli uffici da una logica che non è sociale, non possono essere calcolati e previsti.
L'ordine degli dei è proprio quello che si rispecchia nella città dei mostri.
Abbiamo attraversato lo spazio e il tempo della metropoli, percependo il tessuto sfilacciato, deteriorato per la tensione a cui è sottoposto.
L'estensione degli spazi risponde immediatamente alla logica dei rapporti di potere, che mostrano un volto feroce, le periferie cementificate sono già di per sé un atto insieme violento e alienante.
I palazzoni di cemento come sconfitta del politico.
Ci troviamo con un centro ridotto a elemento di consumo nel quale tanto un'opera d'arte quanto il flusso di persone che lo attraversa viene espropriata del suo contenuto e del suo valore.
Con una periferia ridotta a strumento di neutralizzazione di quella parte di popolazione che, avendo un basso potenziale di consumo ma un elevato potenziale creativo/esplosivo, va resa passiva.
Il salotto della città non può essere sporcato dai migranti senza casa, e non sembra essere un problema per nessuno il fatto che, ad esempio, centinaia di uomini e di donne dorma in una fabbrica abbandonata piena di amianto.
Sempre più i tentacoli del capitale penetrano nelle zone d'ombra fuori dal centro, tramite un processo denominato “riqualificazione” , ma volto nei fatti a ristabilire una gerarchia sociale tramite un innalzamento dei prezzi che rende un quartiere accessibile solo a porzioni prescelte di società.
Emblematico, in questo senso, è l'esempio del quartiere Bolognina.
Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone.
Inclusione, per noi, vuol dire innanzitutto partecipazione. E la partecipazione non passa per i teatrini amministrativi ma attraverso le idee di chi uno spazio è determinato a farlo vivere e non vegetare. In questo senso, crediamo che sia fondamentale restituire il giusto valore a quelle pratiche che realmente hanno stabilito un rapporto con il tessuto vivo della città. Una città guardata in primo luogo come opera di chi ci vive, e non come opera costruita spremendo chi ci vive.
Allora occupare un posto, nel cuore della città, autogestirlo, è il nostro modo di restituirlo alla collettività, al quartiere, riempiendolo di senso e strappandolo alla neutralità.
Il respiro affannato della metropoli, si fa profondo, a pieni polmoni nei suoi luoghi anomali.
Esperienze come Bartleby sono esemplari del possibile, propongono un nuovo modo di vivere e cooperare in città, terreno d'incontro tra soggetti che hanno scontato a lungo l'isolamento; vivono degli incontri ed è con essi che si trasformano.
Chi comanda al racconto non è la voce: è l'orecchio.
In questo senso è perdente – lo diciamo chiaramente – il tentativo di archiviare l'esperienza di Bartleby o depotenziarne la carica.
Siamo costretti a tornare a resistere, a continuare, perché ai nostri desideri si sono sommati i desideri di quelli che ci hanno attraversato, lasciando tracce profumate, tumulti, accelerazioni.
In un intreccio tra vita e narrazione che ridisegna i rapporti tra chi racconta e chi è raccontato.
L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.













