Fascisti su Marte



Fare politica è una cosa che ci piace, altrimenti non lo faremmo.
Siamo nati da poco, ma qualcosa l’abbiamo capito: non possiamo essere noi soli a determinare tutto. Purtroppo. Per fortuna.
Ci siamo ritrovati spesso a costruire mobilitazioni, campagne politiche, mediatiche, perché capivamo noi quando era il momento di farlo.
Altre volte ci ritroviamo a inseguire, perché succede qualcosa che non ti aspettavi e allora devi recuperare, faticare il doppio, inventare qualcosa.
Con l’apertura di Casa Pound è successo così. Noi stavamo pensando a come dare continuità alle lotte dell’autunno e ci siamo ritrovati un covo di bestie in pieno centro.

Quello che abbiamo fatto è stato ripartire da noi, da come siamo fatti, quando devi inseguire non è che puoi fare molto di più. Abbiamo cominciato a chiamare amic*, compagn*, gente che forse ci aveva in simpatia e gente che invece non ci vede di buon occhio, ma che comunque capisce cosa succede, gente conosciuta questo autunno.
E’ successo, e ne siamo contenti, che Bartleby è diventata solo una delle voci di questa protesta, è successo che poco a poco l’hanno capito tutt*, cosa vuol dire avere un branco di fascisti sotto casa.
Cosa vuol dire girare per via Guerrazzi e sentire la pesantezza del clima. Siamo in un momento di crisi e per anni l’unica cosa che ci siamo sentiti dire è che per essere sicuri bisogna avere telecamere, bisogna controllare, non uscire la sera, avere coprifuoco. Non bisogna fidarsi di chi si incontra, diffidare, chiamare la polizia, ronde. Casa Pound è tutto questo ma all’ennesima potenza: nutrito con odio nei confronti dell’altro, disprezzo e, non ultima, violenza.

Non è questa la sicurezza in cui crediamo.
La sicurezza in cui crediamo è quella in cui ci si può fidare del vicino di casa, di chi incontri per strada, di chi ti saluta. Oggi per noi essere antifascisti vuol dire anche questo, non solo una lotta pensando al passato, cosa giusta e necessaria, ma guardare alle forme di machismo contemporanee. Essere antifascisti non è solo una battaglia per zittire chi crede nei miti autoritari, ma vuol dire anche creare un mondo che dia a tutt* la possibilità di partecipare, rifiutando le forme di esclusione, in cui si possa stare insieme nelle strade, in cui si possa fare politica costruendo un mondo migliore.

Pensiamo anche al corteo che c’è stato domenica, in cui c’era di tutto, gente con cui non avresti manifestato mai nella vita. Queste cose stanno accadendo e stanno accadendo da un po’.
Sta succedendo qualcosa, ogni due mesi c’è un corteo enorme che chiede una svolta. Non c’è un unico messaggio, ce ne sono tanti, ma ogni volta si chiede una svolta e ogni volta qualcosa rimane, si sedimenta.
Il numero di adesioni che ricevuto la campagna “Fascisti? Su Marte!” ci parla di un rigetto verso l’autoritarismo, ma ci dice anche che ogni tanto ci si può guardare, fra simili e meno simili, confrontarsi, e magari costruire qualcosa insieme.
Come una serata a vedere un film in via Guerrazzi. O una Bologna che ne ha le scatole piene di repressioni quotidiane.
O un paese in cui la gente torna a guardarsi e confrontarsi, parlare. Si sa mai che questo lottare “contro” non stia diventando un lottare “per” qualcosa.

Questo è il motivo per cui ci piace fare politica. Per questo continuiamo a dire che la presenza di Casa Pound sia incompatibile con Bologna. Se ne andassero su Marte, è a loro disposizione, almeno per qualche anno ancora. Certo, cos’avranno fatto mai i marziani, per meritarsi i fascisti?

Bartleby

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