RCF: La “scorta” a Dionigi, prove di criminalizzazione

Bartleby. Here to stay In primo piano.

Proseguono le polemiche contro i collettivi studenteschi.

da Radio Città Fujiko, di Alessandro Canella

Il Rettore accompagnato negli spostamenti da agenti della Digos, in seguito ai diverbi con i collettivi studenteschi. Ecco come si costruisce la criminalizzazione dei movimenti.

La notizia è stata battuta dal Corriere di Bologna: il Rettore dell’Università di Bologna, Ivano Dionigi, sarebbe sotto tutela, accompagnato nei suoi spostamenti da diversi uomini della digos. La ragione? La preoccupazione per la sua incolumità scaturita in seguito ai diverbi coi movimenti, Cua e Bartleby in primis.
Il Collettivo Autonomo Studentesco il 27 novembre è stato protagonista di un blitz durante il Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo, organizzato contro le politiche adottate dall’Alma Mater in merito al diritto allo studio e alle tasse universitarie. Nel corso dell’azione alcuni attivisti hanno tentato di mettere attorno al collo di Dionigi un cartello con la scritta “No all’Università azienda, no alla spending review”.
Un gesto che al Rettore non è andato giù, tanto da chiedere che non gli fossero messe le mani addosso.
A Bartleby, invece, vengono imputate le frasi: “Disotterriamo le asce di guerra” e “il sangue di Dionigi non sarà buttato via”, interpretate come espressioni violente, al punto che alcuni docenti dell’Università, tra cui Filippo Andreatta, Gian Mario Anselmi, Roberto Grandi e Andrea Segrè, si erano sentiti in dovere di scrivere una lettera per esprimere la propria preoccupazione.

La vicenda della tutela a Dionigi segna un ulteriore passo nella direzione della contrapposizione dura con i movimenti studenteschi, operata sia dall’Università che dal Comune di Bologna.
Quella a cui stiamo assistendo in questi ultimi giorni, specie per la sproporzione delle dichiarazioni e delle misure adottate, sembra proprio un’operazione di criminalizzazione delle realtà di movimento.
Vi sono diversi elementi che possono essere letti in questa chiave. Alcuni già citati, come la lettera dei 52 docenti, che sentono il dovere di intervenire (dopo il silenzio durato anni) per delle frasi sicuramente colorite e spesso ironiche, ma che non rappresentano una minaccia reale. L’unica violenza agita finora, semmai, è quella degli sgomberi e dei manganelli attivati dall’Ateneo ai danni dei collettivi. Se è vero che inneggiare alla guerra e al sangue non porta al dialogo, non si capisce come dovrebbero farlo le cariche e gli ingressi murati.
La notizia della tutela a Dionigi, del resto, non servirà che a esarcerbare il clima. Il Rettore non è Tizian nè Saviano e, soprattutto, i collettivi non sono la mafia nè altre forme di criminalità organizzata.

In questa vicenda, inoltre, gioca la sua parte anche il Comune di Bologna. La chiamata ai ranghi dell’assessore Matteo Lepore nei confronti dei consiglieri di Sel, “colpevoli” di aver partecipato alla manifestazione di sabato scorso, e la risposta (spiace dirlo) pavida dei consiglieri stessi, che in questo modo rinunciano a giocare un ruolo di mediazione tra Palazzo D’Accursio e Bartleby, segna l’atteggiamento duro che anche il Comune ha deciso di adottare.
Del resto, le dichiarazioni dell’assessore al Welfare Amelia Frascaroli, che prima ha proposto una soluzione inaccettabile a Bartleby, poi si è messa a battibeccare su Facebook coi collettivi (risevando loro insulti) e infine ha evocato la difesa “degli anziani e dei bambini”, cui sarebbe destinato il collegio di Santa Marta occupato sabato scorso (progetto fermo da anni), mettono l’accento sulla goffaggine di Palazzo D’Accursio nel gestire questa vicenda.

Criminalizzare i collettivi universitari, in particolare quelli che hanno portato proposte interessanti e hanno saputo dialogare con pezzi importanti dell’università e del mondo della cultura, sottrarre loro spazi e finanche i doni ricevuti da esponenti di prim’ordine (come il fondo Roversi, finito in un magazzino dell’Alma Mater), non restituisce una bella immagine alla città e alla sua università.
Anche l’assessore alla Cultura Alberto Ronchi, che un tempo sembrava simpatizzare con Bartleby e oggi invece ribadisce che la giunta è unita e che gli ex occupanti di San Petronio Vecchio non sono una delle esperienze più importanti in città, pare essere vittima della “normalizzazione” cui Bologna è sottoposta.
Se il clima rimane questo, ci toccherà andare a letto alle 20 o assistere al solito concerto di Andrea Mingardi a ferragosto.

Ascolta l’intervista a Paolo

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