Il Caso S. : Non solo Bartleby

Bartleby. Here to stay in primo piano 2.

da casoesse.org

La chiusura – letterale, mattone su mattone – dello spazio di via San Petronio Vecchio è l’ultimo (per ora), eclatante episodio di una vicenda che coinvolge tutti gli spazi sociali, culturali e aggregativi della città di Bologna. Non solo: ci verrebbe da dire che il soggetto in questione sia la città stessa, nella sua interezza – quando non il paese, e ancora più su, l’Europa.

Perché sgomberare Bartleby?
Le parti in causa – rettorato e amministrazione di centro-sinistra – hanno prodotto una serie di discorsi incentrati sul perno della legalità, parola divenuta totem nel discorso pubblico fin dagli anni ‘70, con un’impennata post-tangentopoli che ha portato, tra le altre cose, ad interi partiti politici basati unicamente sulla sua riproposizione; parola-contenitore che assolve chi la pronuncia dal fornire maggiori specifiche – logiche, fattuali, politiche – e chi la ascolta dal pensiero critico. Bartleby è fuori della legalità, dunque non c’è altro da dire – e anzi, se gli si fa una proposta, è una generosa concessione, non dovuta. La sua discussione non è prevista. Ciò che è fuori della legalità non ha dignità di interlocutore, non solo, nemmeno di controparte, di avversario: non è necessario alcun confronto. In questo quadro vediamo la tardiva, e pelosa, chiamata in causa delle dinamiche centro-periferie con l’offerta a Bartleby di uno spazio in zona Roveri. Diciamo pelosa, pelosissima, perché Roveri non è una periferia-dormitorio, abitata da una popolazione negletta – che poi sarebbe negletta, nel caso, in primis dall’amministrazione stessa – e assetata di spazi aggregativi: Roveri è una zona industriale al di fuori dell’anello della tangenziale, di fatto irraggiungibile da parte di chi non sia fornito di tempo e mezzi abbondanti e propri. Roveri è un esilio, non una sfida.

Bartleby, ma anche Atlantide, XM24 (firma le petizioni!) e Labàs. Con tutte le differenze che caratterizzano queste esperienze aggregative, culturali, politiche – differenze profonde che non intendiamo assolutamente minimizzare – la vicenda alla quale facciamo riferimento le vede tutte coinvolte. Bartleby, ma anche la guerra dei comitati, la lotta al degrado anch’essa totem, le ordinanze sugli orari e modalità di somministrazione e consumo di cibo e bevande in determinate zone della città – a proposito, Roveri non è tra queste. Il processo che le ultime amministrazioni bolognesi – e fuor di Bologna, italiane ed europee – stanno assecondando (anzi, promuovendo) prevede che il centro – in senso lato, non strettamente quello intra-muros – della grande città divenga una vetrina asettica, per il turismo, i commerci, il bon ton, d’accordo; ma soprattutto che né la popolazione universitaria né quella cittadina possano venire a contatto con gli agenti del degrado, prosperanti in situazioni di assenza di legalità. In altre parole, che tutte le realtà di aggregazione divengano o controllate, certificate, disinnescate, o esiliate laddove non possano nuocere – laddove, in definitiva, non possano fare altro che perdere la propria funzione, il contributo dei corpi fisici delle persone, e dunque, morire. Il tutto senza tenere minimamente in considerazione il fatto che la partecipazione ad un dibattito, la visione di un film, l’ascolto di musica dal vivo fuori dalle logiche del guadagno spesso sono possibili (per gli studenti come per gli abitanti) soltanto in luoghi come quelli che si trovano oggi sotto attacco.

Questo non è solo un attestato di solidarietà a Bartleby: tanti ce ne sono stati e ce ne saranno, e da parte di soggetti più influenti e storicamente inseriti nel contesto cittadino di noi. Ci fa piacere sottolineare la disponibilità di Bartleby (come di XM24 e altri spazi autogestiti) ad ospitare il nostro progetto, ad esempio in occasione della nostra prima uscita pubblica. Teniamo soprattutto a ricordare come, tra i tanti fronti aperti dallo sgombero, vi sia quello della Bartleby Common Library e del Fondo Roversi al suo interno, fondo alla catalogazione e pubblicizzazione del quale abbiamo collaborato e collaboreremo.

Questo è piuttosto un invito al pensiero critico: perché Roveri va bene per un soggetto non legalitario e il centro della città no? Perché Roveri e non un vero quartiere-dormitorio? E in ogni caso, perché questo interesse per le periferie solo adesso che c’è da delocalizzare un’esperienza aggregativa autogestita? E per quanto riguarda l’università, perché aule studio e non spazi aggregativi – ché non nascondiamoci dietro un dito: quanti ce ne sono in centro a Bologna, legalitari o meno? Perché studentati – infinitamente piccoli, tra l’altro: quante stanze si otterranno dagli spazi di San Petronio Vecchio? – e non la promozione di una seria azione politica sugli affitti? Perché un campus universitario nuovo di zecca fuori del centro, e non una integrazione funzionale delle diverse componenti in centro?
Interrogativi ai quali né il rettore Dionigi, né il sindaco Merola o l’assessore Frascaroli – e come loro, nessuno dei responsabili politici, amministrativi e universitari italiani ed europei – ha dato, e temiamo darà mai, risposta.
Non resta che trovarla noi, noi abitanti, noi studentesse e studenti, noi attori e attrici della città.

Il Caso S.

P.S. Mentre discutevamo questo testo che oggi finalmente pubblichiamo, sabato pomeriggio il Bartleby ha concluso il suo corteo occupando un nuovo stabile in via Torleone. Lunga vita al Bartleby!

Bartleby. Here to stay, in primo piano 2

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